Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede che le città siano pienamente associate alla concezione e all'attuazione delle politiche europee e dei programmi di coesione per il 2028-2034. Chiede in particolare di portare dall'8 % al 13 % la quota minima del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR, principale aiuto regionale dell'UE) riservata alle strategie di sviluppo urbano sostenibile dopo il 2027. Il testo accoglie con favore il programma dell'UE per le città proposto dalla Commissione, ma insiste: questo programma deve integrare la politica di coesione, non sostituirsi ad essa. Il Parlamento chiede alla Commissione di agire; non è una legge.
La Commissione ha presentato un programma dell'UE per le città, con dialoghi regolari e un appuntamento politico annuale di alto livello con le città. Il Parlamento risponde che gli enti locali applicano il 70 % della legislazione europea e che quindi devono partecipare anche alla sua elaborazione, non solo alla sua esecuzione. La risoluzione si inserisce nella preparazione del prossimo periodo di finanziamento della coesione, che copre il 2028-2034.
Quota minima del FESR portata al 13 %Il Parlamento sostiene un aumento della dotazione minima del FESR, esclusa l'assistenza tecnica, per le strategie integrate di sviluppo urbano e territoriale sostenibile: dall'8 % attuale al 13 % dopo il 2027.
Città associate ai programmi 2028-2034Le autorità locali e regionali dovrebbero essere pienamente coinvolte nella scelta delle priorità di investimento e nella redazione dei programmi di coesione e dei piani di partenariato nazionali e regionali per il 2028-2034.
Un capitolo urbano per le piccole cittàLo strumento di sostegno tecnico dovrebbe comprendere un capitolo urbano specifico destinato alle città di piccola e media dimensione, direttamente accessibile alle città e alle zone urbane funzionali.
Misurare la pressione urbanaLa Commissione è invitata a elaborare un metodo comune per misurare la pressione urbana e metropolitana, applicabile alla programmazione dei fondi di coesione.
Finanziamenti urbani mantenutiIl Parlamento chiede che l'Iniziativa urbana europea, URBACT ed ESPON continuino a ricevere risorse sufficienti, con un sostegno particolare alle piccole e medie città, alle isole e alle reti, e una semplificazione delle procedure di richiesta di finanziamento.
Adottata con 601 voti a favore, 20 contrari e 36 astensioni, durante una votazione elettronica per appello nominale.
Se la Commissione e gli Stati membri seguiranno queste richieste, le città disporrebbero di una quota più importante dei fondi regionali europei per rinnovare quartieri, sviluppare i trasporti o adattare gli spazi pubblici al caldo: la quota minima passerebbe dall'8 % al 13 % dopo il 2027. Gli abitanti delle piccole e medie città potrebbero accedere più facilmente a un'assistenza tecnica europea per avviare i loro progetti. Queste richieste non creano tuttavia alcun obbligo giuridico immediato: orientano i futuri negoziati sul bilancio e sulle regole della coesione.
Il Parlamento europeo chiede di portare dall'8 % al 13 % la quota minima del FESR riservata allo sviluppo urbano sostenibile dopo il 2027. Dietro questo numero, una domanda semplice: le città devono essere meglio associate ai fondi esistenti, o bisogna impilare un programma urbano in più? La risoluzione adottata con 601 voti a favore, 20 contrari e 36 astensioni propende per la prima opzione, ma cede anche alla tentazione di moltiplicare gli sportelli e le etichette.
Il Parlamento non si limita ad accogliere il programma della Commissione. Fissa un obiettivo quantificato: il 13 % del FESR, esclusa l'assistenza tecnica, per le strategie integrate di sviluppo urbano e territoriale sostenibile. Questo pavimento ha il merito della chiarezza: garantisce che le città non saranno le dimenticate della prossima programmazione. Ma un pavimento non è una bacchetta magica. Obbliga le autorità di gestione a indirizzare una quota maggiore dei fondi verso strategie urbane, senza eliminare i controlli, gli audit e le regole che scoraggiano i piccoli comuni dal candidarsi.
Il testo chiede anche che le città beneficino degli sforzi di semplificazione. L'intenzione è buona, ma resta un invito. Finché le regole di ammissibilità, di cofinanziamento e di controllo resteranno impilate, le piccole città continueranno a rinunciare a progetti per mancanza di capacità amministrativa. La semplificazione non consiste nell'accelerare il trattamento delle pratiche, ma nel sopprimerle.
Il Parlamento reclama un capitolo urbano specifico nello strumento di sostegno tecnico, direttamente accessibile alle città e alle zone urbane funzionali. L'idea è lodevole: le città piccole e medie hanno bisogno di ingegneria per impostare i loro progetti. Ma creare uno sportello in più significa aggiungere uno strato di coordinamento. Il rischio è che gli stessi beneficiari siano ammissibili a più strumenti, con procedure diverse, senza che il finanziamento totale aumenti.
L'etichetta di eccellenza per i progetti dell'Iniziativa urbana europea non finanziati per mancanza di bilancio è più interessante: permette di riorientare progetti già valutati verso altre fonti, senza duplicare le procedure. È una boccata d'ossigeno per i promotori dei progetti, ma non sostituisce un aumento delle risorse. Un'etichetta non finanzia cantieri.
La risoluzione insiste perché le autorità locali siano pienamente associate alla programmazione 2028-2034. È legittimo: sono loro che conoscono i bisogni del territorio. Ma il testo resta silenzioso sulla responsabilità degli Stati membri, che gestiscono i fondi e fissano le priorità nazionali. Se le città non sono meglio associate, non è solo colpa di Bruxelles: è anche quella dei governi che concentrano le decisioni.
Infine, il Parlamento chiede un metodo comune per misurare la pressione urbana. L'obiettivo è di indirizzare meglio i fondi verso le città che accolgono popolazioni fluttuanti, studenti o pendolari. Ma un metodo comune è ancora uno strato di criteri e di giustificativi. Le città passano già un tempo considerevole a compilare indicatori. Un metodo in più rischia di appesantire il carico senza migliorare il processo decisionale.
Un pavimento del 13 % vale solo se le regole che lo accompagnano smettono di scoraggiare chi vuole costruire.
Il Parlamento europeo chiede di portare dall'8 % al 13 % la quota minima del FESR riservata allo sviluppo urbano sostenibile dopo il 2027. Dietro questo numero, una domanda semplice: le città devono essere meglio associate ai fondi esistenti, o bisogna impilare un programma urbano in più? La risoluzione adottata con 601 voti a favore, 20 contrari e 36 astensioni propende per la prima opzione, ma cede anche alla tentazione di moltiplicare gli sportelli e le etichette.
Il Parlamento non si limita ad accogliere il programma della Commissione. Fissa un obiettivo quantificato: il 13 % del FESR, esclusa l'assistenza tecnica, per le strategie integrate di sviluppo urbano e territoriale sostenibile. Questo pavimento ha il merito della chiarezza: garantisce che le città non saranno le dimenticate della prossima programmazione. Ma un pavimento non è una bacchetta magica. Obbliga le autorità di gestione a indirizzare una quota maggiore dei fondi verso strategie urbane, senza eliminare i controlli, gli audit e le regole che scoraggiano i piccoli comuni dal candidarsi.
Il testo chiede anche che le città beneficino degli sforzi di semplificazione. L'intenzione è buona, ma resta un invito. Finché le regole di ammissibilità, di cofinanziamento e di controllo resteranno impilate, le piccole città continueranno a rinunciare a progetti per mancanza di capacità amministrativa. La semplificazione non consiste nell'accelerare il trattamento delle pratiche, ma nel sopprimerle.
Il Parlamento reclama un capitolo urbano specifico nello strumento di sostegno tecnico, direttamente accessibile alle città e alle zone urbane funzionali. L'idea è lodevole: le città piccole e medie hanno bisogno di ingegneria per impostare i loro progetti. Ma creare uno sportello in più significa aggiungere uno strato di coordinamento. Il rischio è che gli stessi beneficiari siano ammissibili a più strumenti, con procedure diverse, senza che il finanziamento totale aumenti.
L'etichetta di eccellenza per i progetti dell'Iniziativa urbana europea non finanziati per mancanza di bilancio è più interessante: permette di riorientare progetti già valutati verso altre fonti, senza duplicare le procedure. È una boccata d'ossigeno per i promotori dei progetti, ma non sostituisce un aumento delle risorse. Un'etichetta non finanzia cantieri.
La risoluzione insiste perché le autorità locali siano pienamente associate alla programmazione 2028-2034. È legittimo: sono loro che conoscono i bisogni del territorio. Ma il testo resta silenzioso sulla responsabilità degli Stati membri, che gestiscono i fondi e fissano le priorità nazionali. Se le città non sono meglio associate, non è solo colpa di Bruxelles: è anche quella dei governi che concentrano le decisioni.
Infine, il Parlamento chiede un metodo comune per misurare la pressione urbana. L'obiettivo è di indirizzare meglio i fondi verso le città che accolgono popolazioni fluttuanti, studenti o pendolari. Ma un metodo comune è ancora uno strato di criteri e di giustificativi. Le città passano già un tempo considerevole a compilare indicatori. Un metodo in più rischia di appesantire il carico senza migliorare il processo decisionale.
Un pavimento del 13 % vale solo se le regole che lo accompagnano smettono di scoraggiare chi vuole costruire.