Il Parlamento europeo ha adottato il 17 settembre 2026 una risoluzione che accoglie favorevolmente la valutazione della politica comune della pesca (PCP) pubblicata dalla Commissione, ma deplora l'assenza di un impegno chiaro sui seguiti da dare, di un calendario e di misure concrete. Chiede una revisione ambiziosa, mirata e rapida della PCP, nonché un pacchetto di misure di semplificazione entro la fine del 2026. Il testo non è una legge: fissa la posizione politica del Parlamento e prevede che, se la Commissione non presenterà proposte legislative concrete entro la fine del 2026, il Parlamento si riserva il diritto di lanciare esso stesso un'iniziativa legislativa.
La PCP disciplina dal 2013 la gestione della pesca nell'Unione: quote, obbligo di sbarco dei catturati, sostegno alla flotta e all'acquacoltura. La Commissione ha pubblicato il 30 aprile 2026 una valutazione di questo quadro, che riconosce progressi ma anche obiettivi non raggiunti. Il contesto è cambiato dal 2013 (Brexit, pandemia, guerra in Ucraina, aumento dei costi dell'energia, pressione sugli stock), e il Parlamento ritiene che il quadro attuale debba essere adattato. La sua risoluzione elenca i settori da rivedere: obbligo di sbarco, capacità di pesca, rendimento massimo sostenibile, regionalizzazione, controllo, organizzazione del mercato, finanziamento e acquacoltura.
Tabella di marcia richiesta alla CommissioneIl Parlamento chiede alla Commissione di presentare un piano chiaro che indichi le misure e gli atti giuridici necessari, compreso il diritto derivato, il calendario della procedura e la riduzione attesa degli oneri amministrativi.
Pacchetto di semplificazione entro la fine del 2026Esige che il pacchetto di misure di semplificazione annunciato nel settore della pesca e dell'acquacoltura sia presentato entro la fine del 2026, al fine di ridurre le formalità amministrative mantenendo gli obiettivi di sostenibilità.
Obbligo di sbarco: strumenti alternativiConstatando le difficoltà pratiche, in particolare nelle pescherie miste, il Parlamento invita la Commissione a proporre altri strumenti di gestione (intelligenza artificiale, gestione delle quote, riserve di quote, chiusure in tempo reale, scambi tra Stati membri e organizzazioni di produttori) mantenendo gli obiettivi generali dell'obbligo di sbarco.
Capacità di pesca: stazza sociale e sicurezzaInvita la Commissione a rivedere il quadro della capacità di pesca per tenere conto della stazza sociale e di sicurezza, senza aumentare la capacità di cattura delle navi né contribuire alla sovracapacità, al fine di consentire la modernizzazione, il rinnovo e la decarbonizzazione della flotta.
Rendimento massimo sostenibile e dati socioeconomiciIl Parlamento chiede che l'applicazione del rendimento massimo sostenibile tenga conto delle specificità delle diverse pescherie, in particolare delle pescherie miste, e che le considerazioni socioeconomiche siano prese in considerazione parallelamente ai migliori pareri scientifici.
Controllo e mercato: semplificare e informare meglioInvita la Commissione a riesaminare e semplificare l'attuazione del regolamento sul controllo della pesca (dichiarazioni, tracciabilità digitale, registrazione delle catture, pesatura, sorveglianza elettronica) e a risolvere i problemi del certificato digitale CATCH. Chiede inoltre una revisione mirata dell'organizzazione comune dei mercati per rafforzare la trasparenza, la tracciabilità e l'indicazione obbligatoria dell'origine.
Il Parlamento ha adottato la risoluzione con 368 voti favorevoli, 172 contrari e 69 astensioni, durante una votazione elettronica per appello nominale il 17 settembre 2026.
Per i pescatori, i produttori acquicoli e i consumatori, questa risoluzione non cambia ancora le regole: fissa la posizione del Parlamento e la pressione politica sulla Commissione. In concreto, il Parlamento chiede che le difficoltà dell'obbligo di sbarco siano affrontate con strumenti più flessibili, che la modernizzazione della flotta sia facilitata senza aumentare la capacità di cattura, e che le regole di controllo e di etichettatura siano semplificate e chiarite. Se la Commissione non presenterà proposte legislative concrete entro la fine del 2026, il Parlamento si riserva il diritto di lanciare la propria iniziativa legislativa per far avanzare queste richieste.
Il Parlamento europeo ha adottato il 17 settembre 2026 una risoluzione che accoglie favorevolmente la valutazione della politica comune della pesca, ma rileva che la Commissione non ha allegato né impegni di follow-up, né calendario, né riforma concreta. Chiede una revisione ambiziosa e mirata, un pacchetto di semplificazione entro la fine del 2026, e si riserva il diritto di legiferare esso stesso se non arriverà nulla.
La Commissione ha pubblicato il 30 aprile 2026 una valutazione che riconosce progressi ambientali e, nello stesso documento, l'incapacità di raggiungere diversi obiettivi della PCP. Si ferma lì. Nessuna proposta legislativa, nessun calendario, nessuna riforma. Per un armatore che deve decidere quest'inverno se rinnovare una nave o uscire dal settore, una valutazione senza seguito non vale nulla: il costo del ritardo si paga in investimenti congelati e in generazioni di pescatori che non raccolgono il testimone.
Il Parlamento chiede quindi una tabella di marcia esplicita: quali atti giuridici, in quale ordine, con quale riduzione quantificata degli oneri amministrativi. È il metodo giusto, perché rende la Commissione responsabile di un calendario. Ma una tabella di marcia non è una legge: finché i testi non saranno presentati, le regole restano quelle del 2013, e le difficoltà pratiche denunciate nella risoluzione continuano ad applicarsi.
Sull'obbligo di sbarco, il Parlamento non ne chiede l'abbandono: rileva che, nelle attività di pesca miste, l'obbligo produce catture indesiderate e conseguenze socioeconomiche sproporzionate, e chiede strumenti di gestione aggiuntivi, riserve di quote, chiusure in tempo reale, scambi tra Stati membri e organizzazioni di produttori. La logica è sana: non si elimina il vincolo, si danno agli operatori i mezzi per applicarlo senza distruggere la loro redditività.
Stesso approccio sulla capacità di pesca. Il quadro attuale fissa un tetto al tonnellaggio, il che penalizza la sicurezza a bordo e la decarbonizzazione. Il Parlamento chiede di tenere conto del tonnellaggio sociale e di sicurezza, senza aumentare la capacità di cattura né creare sovracapacità. La condizione è indispensabile: senza di essa, la revisione diventerebbe un assegno in bianco alla sovrapesca.
Restano il controllo e il mercato. Il Parlamento vuole semplificare le dichiarazioni, la tracciabilità digitale, la pesatura e il certificato CATCH, e rivedere l'organizzazione comune dei mercati per imporre l'origine e norme equivalenti alle importazioni. Su questo punto, la coerenza con l'obiettivo di competitività è reale: un pescatore europeo che rispetta regole rigorose non può competere con prodotti importati che non ne sopportano alcuna.
La risoluzione ha un merito: sposta l'onere della prova. Non spetta più al settore dimostrare che le regole sono inapplicabili, ma alla Commissione dimostrare, testo per testo, che le sue proposte riducono realmente le formalità. Il pacchetto di semplificazione annunciato deve essere presentato entro la fine del 2026, e il Parlamento si riserva l'articolo 225 del trattato FUE se non arriverà nulla.
Un'alternativa più liberale sarebbe consistita nel fissare fin dall'inizio un tetto agli oneri amministrativi per nave e per anno, con l'obbligo di sopprimere una regola esistente per ogni nuova regola introdotta. Il Parlamento preferisce chiedere proposte alla Commissione; è più lento, ma è l'unica strada che rispetta i trattati.
Una valutazione che non sfocia in alcun testo lascia i pescatori soli di fronte a regole che la Commissione stessa giudica inadeguate.
Il Parlamento europeo ha adottato il 17 settembre 2026 una risoluzione che accoglie favorevolmente la valutazione della politica comune della pesca, ma rileva che la Commissione non ha allegato né impegni di follow-up, né calendario, né riforma concreta. Chiede una revisione ambiziosa e mirata, un pacchetto di semplificazione entro la fine del 2026, e si riserva il diritto di legiferare esso stesso se non arriverà nulla.
La Commissione ha pubblicato il 30 aprile 2026 una valutazione che riconosce progressi ambientali e, nello stesso documento, l'incapacità di raggiungere diversi obiettivi della PCP. Si ferma lì. Nessuna proposta legislativa, nessun calendario, nessuna riforma. Per un armatore che deve decidere quest'inverno se rinnovare una nave o uscire dal settore, una valutazione senza seguito non vale nulla: il costo del ritardo si paga in investimenti congelati e in generazioni di pescatori che non raccolgono il testimone.
Il Parlamento chiede quindi una tabella di marcia esplicita: quali atti giuridici, in quale ordine, con quale riduzione quantificata degli oneri amministrativi. È il metodo giusto, perché rende la Commissione responsabile di un calendario. Ma una tabella di marcia non è una legge: finché i testi non saranno presentati, le regole restano quelle del 2013, e le difficoltà pratiche denunciate nella risoluzione continuano ad applicarsi.
Sull'obbligo di sbarco, il Parlamento non ne chiede l'abbandono: rileva che, nelle attività di pesca miste, l'obbligo produce catture indesiderate e conseguenze socioeconomiche sproporzionate, e chiede strumenti di gestione aggiuntivi, riserve di quote, chiusure in tempo reale, scambi tra Stati membri e organizzazioni di produttori. La logica è sana: non si elimina il vincolo, si danno agli operatori i mezzi per applicarlo senza distruggere la loro redditività.
Stesso approccio sulla capacità di pesca. Il quadro attuale fissa un tetto al tonnellaggio, il che penalizza la sicurezza a bordo e la decarbonizzazione. Il Parlamento chiede di tenere conto del tonnellaggio sociale e di sicurezza, senza aumentare la capacità di cattura né creare sovracapacità. La condizione è indispensabile: senza di essa, la revisione diventerebbe un assegno in bianco alla sovrapesca.
Restano il controllo e il mercato. Il Parlamento vuole semplificare le dichiarazioni, la tracciabilità digitale, la pesatura e il certificato CATCH, e rivedere l'organizzazione comune dei mercati per imporre l'origine e norme equivalenti alle importazioni. Su questo punto, la coerenza con l'obiettivo di competitività è reale: un pescatore europeo che rispetta regole rigorose non può competere con prodotti importati che non ne sopportano alcuna.
La risoluzione ha un merito: sposta l'onere della prova. Non spetta più al settore dimostrare che le regole sono inapplicabili, ma alla Commissione dimostrare, testo per testo, che le sue proposte riducono realmente le formalità. Il pacchetto di semplificazione annunciato deve essere presentato entro la fine del 2026, e il Parlamento si riserva l'articolo 225 del trattato FUE se non arriverà nulla.
Un'alternativa più liberale sarebbe consistita nel fissare fin dall'inizio un tetto agli oneri amministrativi per nave e per anno, con l'obbligo di sopprimere una regola esistente per ogni nuova regola introdotta. Il Parlamento preferisce chiedere proposte alla Commissione; è più lento, ma è l'unica strada che rispetta i trattati.
Una valutazione che non sfocia in alcun testo lascia i pescatori soli di fronte a regole che la Commissione stessa giudica inadeguate.