Il 12 febbraio 2026, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che condanna le espulsioni mirate di giornalisti e cristiani stranieri in Turchia, giustificate da motivi di sicurezza nazionale. I deputati ritengono che queste espulsioni violino i diritti fondamentali e gli impegni internazionali della Turchia.
Da diversi mesi, la Turchia ha espulso un numero crescente di giornalisti stranieri e cristiani (in particolare missionari e membri di comunità religiose) invocando minacce alla sicurezza nazionale. Queste espulsioni sono spesso accompagnate da vaghe accuse di attività sovversive o proselitismo. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani denunciano una strumentalizzazione delle leggi antiterrorismo per ridurre lo spazio mediatico e religioso.
Nella sua risoluzione, il Parlamento europeo:
La risoluzione è stata adottata a larga maggioranza: 502 voti favorevoli, 2 contrari e 59 astensioni. Questo risultato mostra un forte consenso all'interno del Parlamento europeo, trasversalmente a tutte le tendenze politiche, per difendere i valori europei di fronte alle derive autoritarie.
Questa risoluzione non ha effetto giuridico vincolante, ma invia un segnale politico chiaro alla Turchia e alle autorità turche. Per i cittadini europei, ricorda che l'UE monitora le violazioni dei diritti fondamentali nei paesi candidati ed è pronta a usare la propria influenza per difenderli. Se sei un giornalista o un membro di una comunità religiosa, questa risoluzione può rafforzare la tua protezione in caso di viaggio o soggiorno in Turchia, poiché incoraggia le ambasciate europee a essere più vigili. Infine, sottolinea l'importanza della libertà di stampa e della libertà religiosa, valori essenziali dell'Unione europea.
Una risoluzione adottata con 502 voti contro 2 condanna le espulsioni di giornalisti stranieri e di cristiani con il pretesto della sicurezza nazionale, senza prove né ricorso. La vera posta in gioco non è solo la Turchia: è il diritto di sapere chi decide, su quali fatti e davanti a quale giudice.
I codici N-82 e G-87 consentono di espellere uno straniero senza udienza, senza prove comunicate e senza un giudice indipendente. Il Parlamento ne chiede l'immediato abbandono e decisioni motivate, impugnabili. È un principio elementare: chi decide deve rispondere dei propri atti davanti a un'autorità che può contraddirlo.
L'assenza di un controllo giurisdizionale effettivo non è un dettaglio procedurale. Trasforma una misura di sicurezza in uno strumento discrezionale. Per un giornalista, ciò significa lavorare sotto la minaccia di un'espulsione senza sapere cosa gli viene contestato. Per un pastore, significa essere espulso con la propria famiglia senza aver mai visto un giudice.
Il Parlamento cita casi precisi: Kaveh Taheri, rifugiato riconosciuto dall'UNHCR, arrestato il 26 gennaio 2026; Joakim Medin, giornalista svedese perseguito per aver svolto il proprio mestiere; Nujan Mala Hassan, ferito da un colpo di arma da fuoco mentre copriva una manifestazione. Non sono astrazioni, sono vite spezzate da decisioni non motivate.
La risoluzione invita la Commissione e l'AR/VP a sollevare questi casi nel dialogo politico e a considerare misure mirate se gli abusi persistono. È una risposta politica legittima, ma non deve diventare un pretesto per centralizzare ulteriormente competenze a Bruxelles. La sussidiarietà impone che gli Stati membri, che hanno relazioni bilaterali con Ankara, agiscano per primi.
Il maggiore sostegno ai media indipendenti è benvenuto, a condizione che non finanzi redazioni militanti. Il denaro europeo deve andare a chi informa, non a chi milita. Una stampa libera si giudica dalla sua capacità di contraddire il potere, non dalla sua conformità alle priorità di Bruxelles.
Infine, la risoluzione non crea alcun obbligo per la Turchia. È un segnale politico. Perché sia incisivo, gli Stati membri devono essere pronti a trarne le conseguenze nelle loro relazioni commerciali e diplomatiche. Senza questo, resterà l'ennesimo pio desiderio.
Senza prove né giudice, la sicurezza nazionale diventa una parola d'ordine per espellere chi dà fastidio.
Una risoluzione adottata con 502 voti contro 2 condanna le espulsioni di giornalisti stranieri e di cristiani con il pretesto della sicurezza nazionale, senza prove né ricorso. La vera posta in gioco non è solo la Turchia: è il diritto di sapere chi decide, su quali fatti e davanti a quale giudice.
I codici N-82 e G-87 consentono di espellere uno straniero senza udienza, senza prove comunicate e senza un giudice indipendente. Il Parlamento ne chiede l'immediato abbandono e decisioni motivate, impugnabili. È un principio elementare: chi decide deve rispondere dei propri atti davanti a un'autorità che può contraddirlo.
L'assenza di un controllo giurisdizionale effettivo non è un dettaglio procedurale. Trasforma una misura di sicurezza in uno strumento discrezionale. Per un giornalista, ciò significa lavorare sotto la minaccia di un'espulsione senza sapere cosa gli viene contestato. Per un pastore, significa essere espulso con la propria famiglia senza aver mai visto un giudice.
Il Parlamento cita casi precisi: Kaveh Taheri, rifugiato riconosciuto dall'UNHCR, arrestato il 26 gennaio 2026; Joakim Medin, giornalista svedese perseguito per aver svolto il proprio mestiere; Nujan Mala Hassan, ferito da un colpo di arma da fuoco mentre copriva una manifestazione. Non sono astrazioni, sono vite spezzate da decisioni non motivate.
La risoluzione invita la Commissione e l'AR/VP a sollevare questi casi nel dialogo politico e a considerare misure mirate se gli abusi persistono. È una risposta politica legittima, ma non deve diventare un pretesto per centralizzare ulteriormente competenze a Bruxelles. La sussidiarietà impone che gli Stati membri, che hanno relazioni bilaterali con Ankara, agiscano per primi.
Il maggiore sostegno ai media indipendenti è benvenuto, a condizione che non finanzi redazioni militanti. Il denaro europeo deve andare a chi informa, non a chi milita. Una stampa libera si giudica dalla sua capacità di contraddire il potere, non dalla sua conformità alle priorità di Bruxelles.
Infine, la risoluzione non crea alcun obbligo per la Turchia. È un segnale politico. Perché sia incisivo, gli Stati membri devono essere pronti a trarne le conseguenze nelle loro relazioni commerciali e diplomatiche. Senza questo, resterà l'ennesimo pio desiderio.
Senza prove né giudice, la sicurezza nazionale diventa una parola d'ordine per espellere chi dà fastidio.