Il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza il testo finale della direttiva europea contro la corruzione. Questo testo fissa definizioni e pene comuni per i reati di corruzione in tutti i paesi dell'Unione. È la fine del percorso legislativo lato Parlamento: il testo è definitivo e diventerà legge dopo la sua pubblicazione ufficiale.
La Commissione europea aveva proposto nel 2023 una direttiva per lottare contro la corruzione, armonizzando le definizioni dei reati e le sanzioni nei 27 Stati membri. I negoziati tra il Parlamento e il Consiglio hanno portato a un accordo. Il Parlamento ha adottato questo testo finale durante la sessione del 26 marzo 2026.
Definizioni comuni della corruzioneLa direttiva (UE) 2026/1021 fissa definizioni comuni per i reati di corruzione in tutta l'Unione europea. Gli Stati membri dovranno integrare queste definizioni nel loro diritto nazionale.
Pene armonizzatePene minime e sanzioni comparabili si applicheranno in tutti i paesi dell'Unione per gli atti di corruzione, ponendo fine alle differenze tra le legislazioni nazionali.
Nuove regole per le impreseLe imprese che operano in più paesi dell'Unione saranno soggette alle stesse regole e alle stesse sanzioni in materia di corruzione, il che semplifica i loro obblighi.
La Commissione dovrà riconsultare il ParlamentoSe la Commissione modificherà sostanzialmente la sua proposta in futuro, dovrà nuovamente consultare il Parlamento europeo.
Trasmissione ufficiale del testoLa Presidente del Parlamento europeo trasmetterà la posizione adottata al Consiglio, alla Commissione e ai parlamenti nazionali.
Il Parlamento ha adottato il testo con 581 voti a favore, 21 contrari e 42 astensioni.
Concretamente, i cittadini di tutti i paesi dell'Unione saranno protetti dalle stesse definizioni di corruzione e dalle stesse pene per gli autori. Un'impresa o un funzionario corrotto sarà giudicato secondo regole comparabili, che si trovi a Parigi, Roma o Varsavia. Le vittime di corruzione potranno contare su un quadro giuridico comune. Il testo è definitivo: diventerà legge dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea.
Il Parlamento europeo ha adottato il 26 marzo 2026, con 581 voti contro 21 e 42 astensioni, la direttiva (UE) 2026/1021 che fissa definizioni e pene minime per la corruzione in tutta l'Unione. Il testo è definitivo. Dietro l'apparente unanimità, una domanda concreta: chi pagherà il conto di questa armonizzazione?
L'obiettivo dichiarato è lodevole: porre fine alle differenze di trattamento tra Parigi, Roma e Varsavia. Ma il metodo scelto, quello di regole minime vincolanti, impone alle imprese nuovi costi di conformità. Le ammende previste, fino al 5 % del fatturato mondiale, sono presentate come dissuasive. Per una PMI esportatrice, il rischio finanziario diventa esistenziale, mentre le grandi imprese potranno assorbire questi importi.
La soglia di 10 000 euro per l'appropriazione indebita illustra l'ambiguità: al di sotto, gli Stati possono scegliere di non criminalizzare. Ma l'aggregazione degli atti collegati dello stesso autore significa che una serie di piccole appropriazioni può far scattare il reato. Per un dirigente, il confine tra negligenza e reato diventa sfumato, e il rispetto della legge esige una contabilità analitica costosa.
La direttiva impone agli Stati di revocare privilegi e immunità dei responsabili nazionali per i reati di corruzione. È un vero passo avanti: troppo spesso gli eletti sfuggono ai procedimenti grazie a protezioni obsolete. Ma il testo non dice nulla delle amministrazioni che chiudono gli occhi. Le autorità anticorruzione dovranno essere dotate di risorse adeguate, ma chi controllerà la loro efficacia?
La strategia nazionale anticorruzione, che ogni Stato dovrà pubblicare, rischia di diventare un esercizio di comunicazione. Senza indicatori vincolanti né sanzioni in caso di inazione, non impegnerà nessuno. L'alternativa liberale sarebbe consistita nel rafforzare la trasparenza degli appalti pubblici e nel ridurre le occasioni di corruzione semplificando le regolamentazioni, invece di accumulare obblighi di rendicontazione.
Un'ammenda di 40 milioni di euro non dissuade un cartello, rovina una PMI che non ha i mezzi per difendersi.
Il Parlamento europeo ha adottato il 26 marzo 2026, con 581 voti contro 21 e 42 astensioni, la direttiva (UE) 2026/1021 che fissa definizioni e pene minime per la corruzione in tutta l'Unione. Il testo è definitivo. Dietro l'apparente unanimità, una domanda concreta: chi pagherà il conto di questa armonizzazione?
L'obiettivo dichiarato è lodevole: porre fine alle differenze di trattamento tra Parigi, Roma e Varsavia. Ma il metodo scelto, quello di regole minime vincolanti, impone alle imprese nuovi costi di conformità. Le ammende previste, fino al 5 % del fatturato mondiale, sono presentate come dissuasive. Per una PMI esportatrice, il rischio finanziario diventa esistenziale, mentre le grandi imprese potranno assorbire questi importi.
La soglia di 10 000 euro per l'appropriazione indebita illustra l'ambiguità: al di sotto, gli Stati possono scegliere di non criminalizzare. Ma l'aggregazione degli atti collegati dello stesso autore significa che una serie di piccole appropriazioni può far scattare il reato. Per un dirigente, il confine tra negligenza e reato diventa sfumato, e il rispetto della legge esige una contabilità analitica costosa.
La direttiva impone agli Stati di revocare privilegi e immunità dei responsabili nazionali per i reati di corruzione. È un vero passo avanti: troppo spesso gli eletti sfuggono ai procedimenti grazie a protezioni obsolete. Ma il testo non dice nulla delle amministrazioni che chiudono gli occhi. Le autorità anticorruzione dovranno essere dotate di risorse adeguate, ma chi controllerà la loro efficacia?
La strategia nazionale anticorruzione, che ogni Stato dovrà pubblicare, rischia di diventare un esercizio di comunicazione. Senza indicatori vincolanti né sanzioni in caso di inazione, non impegnerà nessuno. L'alternativa liberale sarebbe consistita nel rafforzare la trasparenza degli appalti pubblici e nel ridurre le occasioni di corruzione semplificando le regolamentazioni, invece di accumulare obblighi di rendicontazione.
Un'ammenda di 40 milioni di euro non dissuade un cartello, rovina una PMI che non ha i mezzi per difendersi.