Il Parlamento europeo ha adottato una posizione legislativa per rafforzare la base industriale e tecnologica della difesa dell'UE. L'iniziativa mira ad affrontare le minacce attuali e a migliorare la competitività, integrando la difesa nei programmi di finanziamento esistenti dell'Unione. Si rivolge agli Stati membri, agli istituti di ricerca e alle imprese del settore.
Il quadro si basa sulla piattaforma STEP (Tecnologie Strategiche per l'Europa) e sul programma Orizzonte Europa. L'obiettivo principale è creare un quarto settore strategico all'interno di STEP, dedicato alle tecnologie della difesa, per rafforzare la cooperazione civile-militare e accelerare l'innovazione.
La posizione del Parlamento in prima lettura viene trasmessa al Consiglio. Dopo l'approvazione definitiva e la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale, la Commissione europea emetterà orientamenti per l'attuazione del nuovo settore strategico. L'attuazione avverrà attraverso i programmi esistenti, come STEP e Orizzonte Europa.
L'iniziativa dovrebbe rafforzare l'indipendenza tecnologica e la sicurezza dell'UE. Le imprese del settore avranno un accesso più facile al capitale per l'innovazione e lo sviluppo di prodotti. L'obiettivo è un'industria della difesa europea più resiliente e competitiva, con effetti positivi sull'occupazione e sulla leadership tecnologica. Faciliterà la cooperazione con la NATO e altri partner, sempre a condizione che siano tutelati gli interessi di sicurezza dell'UE.
Il Parlamento ha adottato il 16 dicembre, con 519 voti favorevoli, 119 contrari e 25 astensioni, la sua posizione in prima lettura sul regolamento (UE) 2025/2653, che deve consentire di finanziare lo sforzo di difesa attraverso il bilancio dell'Unione. Il testo è breve, l'accordo con il Consiglio è sigillato, e l'essenziale è altrove: ciò che questo voto autorizza senza dire precisamente come lo pagherà.
519 voti favorevoli, 119 contrari, 25 astensioni: la maggioranza è ampia e attraversa lo scacchiere politico. Non è un caso. Il testo sottoposto al voto non è un programma di difesa, è un involucro giuridico. La risoluzione approva l'accordo raggiunto con il Consiglio e rinvia alle regole del regolamento (UE) 2025/2653, del quale l'estratto non riproduce né gli importi, né i criteri di ammissibilità, né le modalità di controllo.
Per il cittadino la conseguenza è semplice: si vota l'apertura di un rubinetto di bilancio senza che il dibattito parlamentare abbia riguardato la portata. Non è una critica alla difesa europea, è una critica al metodo. Un Parlamento che approva un accordo finale in prima lettura senza emendamenti sostanziali non fa politica, ratifica.
La base giuridica scelta è rivelatrice: articoli 173 (industria), 182 e 183 (ricerca), 175 e 176 (coesione), 192 (energia), 114 (mercato interno). In altre parole, la difesa entra in tutti i comparti del bilancio senza creare una linea dedicata chiara. Questa proliferazione consente di finanziare in fretta, ma diluisce la responsabilità: chi decide l'allocazione, chi controlla l'esecuzione, chi risponde di un progetto che fallisce?
Il meccanismo è noto: quando una nuova priorità si aggiunge senza che nulla venga soppresso altrove, la pressione sale sui massimali esistenti o sui contributi nazionali. Gli Stati membri che finanziano il bilancio vedranno la fattura, le imprese che si candideranno vedranno i criteri, e i contribuenti vedranno il risultato. Il regolamento 2025/2653 fisserà queste regole, ma il Parlamento ha appena rinunciato a emendarle.
Un approccio fondato sulla sussidiarietà avrebbe posto una domanda semplice prima di aprire il rubinetto: perché il contribuente europeo deve finanziare ciò che gli Stati possono finanziare da soli, e meglio? La difesa è il settore regale per eccellenza. Mettere in comune la ricerca e gli acquisti comuni ha senso quando le economie di scala sono reali. Mettere in comune un bilancio senza condizionalità né controllo parlamentare di dettaglio significa trasferire la decisione senza trasferire la responsabilità.
Il testo non dice nulla sugli importi, nulla sui criteri, nulla sul controllo. Dice soltanto che il Parlamento approva l'accordo e chiede di essere consultato nuovamente se la Commissione modifica la sua proposta. È il minimo procedurale, non una garanzia democratica. Una garanzia democratica avrebbe richiesto un dibattito sulle priorità: quali progetti, quali paesi, quali controlli, quali risultati misurabili.
La difesa europea è una necessità. Ma una necessità finanziata male diventa una spesa senza effetto. I 119 voti contrari e le 25 astensioni non sono voti contro la difesa: sono voti che rifiutano di firmare un assegno senza vederne l'importo. Meritano di essere ascoltati, non spazzati via dalla comodità della maggioranza.
Un Parlamento che approva un accordo finale senza emendamenti non fa politica, ratifica.
Il Parlamento ha adottato il 16 dicembre, con 519 voti favorevoli, 119 contrari e 25 astensioni, la sua posizione in prima lettura sul regolamento (UE) 2025/2653, che deve consentire di finanziare lo sforzo di difesa attraverso il bilancio dell'Unione. Il testo è breve, l'accordo con il Consiglio è sigillato, e l'essenziale è altrove: ciò che questo voto autorizza senza dire precisamente come lo pagherà.
519 voti favorevoli, 119 contrari, 25 astensioni: la maggioranza è ampia e attraversa lo scacchiere politico. Non è un caso. Il testo sottoposto al voto non è un programma di difesa, è un involucro giuridico. La risoluzione approva l'accordo raggiunto con il Consiglio e rinvia alle regole del regolamento (UE) 2025/2653, del quale l'estratto non riproduce né gli importi, né i criteri di ammissibilità, né le modalità di controllo.
Per il cittadino la conseguenza è semplice: si vota l'apertura di un rubinetto di bilancio senza che il dibattito parlamentare abbia riguardato la portata. Non è una critica alla difesa europea, è una critica al metodo. Un Parlamento che approva un accordo finale in prima lettura senza emendamenti sostanziali non fa politica, ratifica.
La base giuridica scelta è rivelatrice: articoli 173 (industria), 182 e 183 (ricerca), 175 e 176 (coesione), 192 (energia), 114 (mercato interno). In altre parole, la difesa entra in tutti i comparti del bilancio senza creare una linea dedicata chiara. Questa proliferazione consente di finanziare in fretta, ma diluisce la responsabilità: chi decide l'allocazione, chi controlla l'esecuzione, chi risponde di un progetto che fallisce?
Il meccanismo è noto: quando una nuova priorità si aggiunge senza che nulla venga soppresso altrove, la pressione sale sui massimali esistenti o sui contributi nazionali. Gli Stati membri che finanziano il bilancio vedranno la fattura, le imprese che si candideranno vedranno i criteri, e i contribuenti vedranno il risultato. Il regolamento 2025/2653 fisserà queste regole, ma il Parlamento ha appena rinunciato a emendarle.
Un approccio fondato sulla sussidiarietà avrebbe posto una domanda semplice prima di aprire il rubinetto: perché il contribuente europeo deve finanziare ciò che gli Stati possono finanziare da soli, e meglio? La difesa è il settore regale per eccellenza. Mettere in comune la ricerca e gli acquisti comuni ha senso quando le economie di scala sono reali. Mettere in comune un bilancio senza condizionalità né controllo parlamentare di dettaglio significa trasferire la decisione senza trasferire la responsabilità.
Il testo non dice nulla sugli importi, nulla sui criteri, nulla sul controllo. Dice soltanto che il Parlamento approva l'accordo e chiede di essere consultato nuovamente se la Commissione modifica la sua proposta. È il minimo procedurale, non una garanzia democratica. Una garanzia democratica avrebbe richiesto un dibattito sulle priorità: quali progetti, quali paesi, quali controlli, quali risultati misurabili.
La difesa europea è una necessità. Ma una necessità finanziata male diventa una spesa senza effetto. I 119 voti contrari e le 25 astensioni non sono voti contro la difesa: sono voti che rifiutano di firmare un assegno senza vederne l'importo. Meritano di essere ascoltati, non spazzati via dalla comodità della maggioranza.
Un Parlamento che approva un accordo finale senza emendamenti non fa politica, ratifica.